|
conclusione
Esperimenti
danteschi ’08
Giunti al termine di questo cammino
infernale, occorre capire cosa è successo, e trattenere ciò che
di più significativo è emerso dagli incontri di quest’anno.
La sfida che molti professori hanno
accolto è stata quella di capire, cercare di spiegarsi in cosa
consiste la grande novità
della poesia dantesca. Una sfida entusiasmante perché
ancora viva e aperta, tanto che – per citare proprio il primo
degli incontri di quest’anno – il Prof.
Mazzucchi mostrava, “l’insufficienza dell’Epistola a
Cangrande a spiegare la Commedia, perché Dante
[stesso] quando fa il teorico ragiona nei termini che
appartengono alla convenzione retorica del suo tempo”.
Bisogna dunque fare i conti col
fatto che la Commedia è qualcosa di irriducibile alle
categorie culturali e interpretative di allora come di oggi.
1)
Molti professori hanno dunque cercato di
spiegarci da dove viene questa novità.
a) Per esempio il prof.
Mazzucchi, ha cercato di spiegare questa novità
immedesimandosi in un lettore ’300esco: «un lettore che
innanzitutto resta fortemente sorpreso per l’organizzazione
metrica: prima di Dante la terzina non esisteva […]E lo era
anche per la disposizione dei versi sulla pagina: endecasillabi
incolonnati”.
b) Ancora la prof.ssa
Nasti ha parlato della Commedia come: “un’opera
che si rivela nuova ad ogni interrogazione”, portando come
esempio l’invenzione del Limbo dantesco: “Non solo infatti
questo poeta ci appare come teologicamente competente; egli si
dimostra in realtà teologicamente creativo, in grado cioè di
partecipare al dibattito teologico in maniera attiva e non
pedissequa. E la sua creatività si fonda sulla contaminazione e
sul sincretismo di tradizioni diverse, dalla mitologica alla
biblica”.
c) Oltre all’originalità formale e
teologica, molti professori hanno mostrato l’audacia stilistica
presente nella Commedia: la professoressa
Battaglia affermava: “è saltato il principio della
distinzione stilistica e formale, che è il punto di riferimento
forte di tutta la retorica medievale fondata su Orazio. È
saltato il principio della convenientia. La mescolanza
c’è sempre. Dentro un verso Dante mette insieme una tessera
comica e una tessera tragica. Operazione in grande stile che fa
saltare tutti i parametri di distinzione stilistica, come, nella
realtà di questo brulichio di vite, sono saltati tutti i
parametri di distinzione ideologica, culturale, storica di
appartenenza”.
Anche il Prof.
Pertile, analizzando i canti dei barattieri da lui
ribattezzati “canti dei diavoli”, ha mostrato l’intrecciarsi
“dello stile elevato, che Dante definirebbe tragico o
sublime, con un soggetto decisamente basso, ovvero comico”.
Il tutto per un intento parodico, il cui culmine si tocca nel
verso li arruncigliò le ‘mpegolate chiome, in cui Dante
mostra lo strazio a cui il diavolo sottopone il dannato.
“Il modulo ritmico di questo verso
è decisamente epico, ma il lessico accosta un neologismo dal
toscano (arruncigliò), una forma ineccepibile morfologicamente,
ma coniata su una voce dialettale (impegolate) e una parola
alta, classica (chiome)”.
d) Novità formale, teologica,
stilistica e anche linguistica, grazie alla quale il personaggio
incontra i dannati e procede nel suo cammino. Il prof.
Frasso, commentando l’apostrofe con cui Dante si rivolge
a Paolo e Francesca (O anime affannate) ha detto: “affannate
è calcato sull’occitanico afanar, termine tecnico della
letteratura cortese, che indica un amore contrastato”. Così la
professoressa
de Angelis, ripercorrendo il rapporto tra Dante e il
maestro Brunetto, ha osservato: “Dante intesse i suoi versi con
una fitta rete di “brunettismi”, che indicano anche la
padronanza e dunque il superamento della lezione del maestro.
L’adeguamento linguistico di Dante
ai personaggi incontrati nasce dalla condivisione di un codice
che rende possibile l’incontro con il dannato dando vita al
plurilinguismo dantesco.
2) Questa novità che avviene
a tutti i livelli del testo non segna una cesura rispetto al
passato che precede la Commedia: la tradizione infatti
non solo è costantemente presente sullo sfondo ma emerge in
primo piano incarnandosi in personaggi, il cui spessore
esistenziale emerge come fattore caratterizzante. Esempio
paradigmatico di questo dialogo vivo con la tradizione è
Virgilio. Come affermava il professor
Pertile: “Virgilio non è una figura morale, bensì un
personaggio vivo, che acquista la complessità propria di una
persona umana”. Non astratta allegoria della ragione, non
personaggio di carta, ma uomo che reagisce a ciò che attraversa
l’orizzonte del cammino: rimane interdetto davanti alle porte di
Dite per le resistenza dei diavoli a cedere il passo,
meravigliato innanzi a Caifa crocifisso nella bolgia degli
ipocriti, turbato dopo la beffa dei diavoli.
3) Ci siamo chiesti come sia
dunque possibile questa contaminazione creativa presente a tutti
i livelli del testo, fondata su questo dialogo vivo con la
tradizione, talmente vivo che Virgilio può essere beffato dai
diavoli.
Alcuni professori hanno cercato di
definire il motivo di questa novità:
Proprio in riferimento alla beffa
dei diavoli che costringono Virgilio a ruzzolare sul deretano
per la scarpata di Malebolge, il professor
Pertile ha detto : “Virgilio non li capisce questi
diavoli cristiani perché è antico, è classico, soprattutto è
“tragico”. E invece questa gente moderna è comica. Non che il
male esista ora in misura minore che ai tempi di Cesare e
Augusto. Esiste, eccome! Ma, potendosi come cristiani salvare da
esso, i moderni l’hanno banalizzato, e Virgilio è troppo serio,
troppo tragico per capire il male banalizzato, quotidiano,
comico con cui convivono i cristiani”.
In questa traiettoria la
professoressa
Nasti ci ha fatto compiere un passo in profondità:
“La discesa agli inferi di Beatrice
nel canto II ha infatti gia’ rivelato al lettore che il modello
del viaggio dantesco, narrativo e poetico, sara’ quello biblico,
l’agens e il poeta arriveranno infatti in Paradiso. La
rivelazione trasforma in tragedia la grandezza dei magnanimi e
in commedia il destino e il canto di Dante.[…] D’altronde
proprio la poesia di questi canti III e IV trasforma l’ultimo e
sesto dei poeti nel primo della scola, poiche’ la lezione
dei classici egli puo’ e sa completare”.
Il professor
Mazzucchi ce l’ha mostrato già all’inizio del cammino,
quando per la prima volta il pellegrino incontra Virgilio: “la
parola di Virgilio è una parola inizialmente ornata che deve
diventare una parola onesta dopo che Beatrice lo ha autorizzato,
e questo dice molto sul fatto che la parola di Virgilio è una
parola che soltanto dopo essere stata autorizzata può fungere
realmente da guida”.
Allora possiamo dire con la
professoressa
Sedakova che “L'Inferno
di Dante, come ha osservato Paul Claudel incomincia nel
Paradiso. Prima di tutto perché l'Inferno nella convinzione
di Dante è una creazione della Trinità: Fecemi la divina
potestate / La somma sapienza e ‘l primo amore”.
Lo
stesso soggetto della Commedia, la stesso viaggio di
Dante inizia nel Paradiso: là viene progettato e
“autorizzato”: allora in questo la scoperta che abbiamo fatto è
che l’incontro con i dannati non può più essere pensato come un
percorso morale in cui Dante impara ciò che non deve fare, ma
come cammino in cui può conoscere nella sua verità la radice di
ogni azione.
Scarica la conclusione in formato PDF
|